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Per cambiare il mondo muovi un primo passo. Dal divano sono rare le rivoluzioni…

Bla, bla, bla. Noi italioti siamo i più bravi oratori della storia (antichi romani docent), anche i moderni non sono affatto male. E noi godiamo assai ad ascoltare tutti quei sonagli e campanelli. Dal sofà, dalla panchine, dalle sedie dei bar. Ma non chiedetici di muover un dito. Finchè la pancia sarà piena, ” non sa’ da fa’”.

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Una costellazione di mancanze

lementelettriche

“Ora potrei discutere con voi delle solitudini vissute in due, di quelle vissute in tre o condominiali, potremmo tenerci su un simposio, potremmo fare e disfare tutto ed il suo contrario: non importa.

A me interessa poco della gente e della facciata esteriore.

Ciò che conta è quello che sento veramente.

E, quello che sento veramente, è così intimo ma potente al contempo che neanche la distanza me lo annichilisce.

Oltre la distanza, attraversando il silenzio, interpretando il “non detto” (un linguaggio a me ostico) ho rivisto una forma di vita.

O imparo quella lingua, o cerco d’interpretare, o aspetto pazientemente che le cose cambino di nuovo.

Così sono confusa ma, almeno, sono viva.

Un passo l’ho fatto: quello decisivo, poco non è.”

(Questo scrivevo un anno fa: un passo decisivo, certo, dandomi e dando un’opportunità. E forse io solo capisco cosa sono e quanto valgo.)

Ho appeso nel mio…

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Colors(e)motion

Non posso immaginare

senza l’indaco del cielo

al finire del crepuscolo,

il turchese che dispiega

gli occhi del mare

e l’ondeggiare sacro

che ammanta il Kerala di giallo.

Non posso evitare

al rosa del palmo

della tua mano distesa

una resa senza il cremisi

dei giorni lunari,

e le spighe di lavanda

sull’azzurro sfiorare.

Vorrei oppormi

come le dita smeraldo

degli alberi all’antracite di pioggia.

Ma la voce interiore

non si accorda alle costellazioni.

Suono un vuoto strumento

che sa di lamiera a picco sul sole.

Solo il vento decide se il sapore

arroventa la sabbia o crepa le labbra.

E ballo a piedi nudi

il bruno della Terra.

*

I can’t imagine

a sky with no indigo

at the end of the twilight,

turquoise that opens seaeyes,

and the holy flow that

mantles Kerala’s Yellow.

I can’t avoid

the pink palm of your hand,

a surrender with no crimson

of lunar cycle.

And the field of lavander

so close to lightly kiss the skyblue.

I want to stand opposite the clouds

as the emerald fingers of the trees

against the charcoal rain.

But my inner voice isn’t able

to tune the stars,

so I play an empty instrument

with the flavour of a metal sheet

on a red-hot sun.

Only wind can decide

if the taste burns the sand

or cracks the lips.

And I dance with naked feet

the brown of the Earth.

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La mia riccitudine

Quando qualcuno o qualcosa mi ferisce mi chiudo a riccio e mi ritiro. In solitudine. A meditare. Mi chiedo dove ho sbagliato. Mi faccio molto autocritica. Anche se ho subito un torto cerco di capire. Quali sono le ragioni dell’altro? Mancanza di empatia? Carenze affettive? Incapacità di amare? Dopo vari “scervellamenti” spesso infruttuosi mi ritrovo sola con me stessa. E ancora una volta mi rendo conto che non mi sono amata e rispettata abbastanza. Se qualcuno ti ferisce è perché tu glielo hai permesso. Noi donne poi abbiamo il patentino e l’attitudine della crocerossina. Pertanto ci troviamo in situazioni assurde, della serie: “io lo salverò da se stesso, dalle sue paturnie e malinconie”. Ho ascoltato troppe volte “La cura” di Battiato e ne ho fatto un mantra? Probabilmente. Allora ritorno al mio amore Roberto Cacciapaglia che con “lux libera nos” mi trasporta su una vetta altissima. Lassù giusto un’aquila può fare il nido. Sto in “aquilitudine” per un po’. E’ fighissimo da quassù. Si vede tutto dall’alto. Appare tutto così insignificante. Ecco che vedo un riccio. Piccolo e appallottolato da far tenerezza. Ma sono di nuovo io. Ancora io. Tento di nascondermi in un cespuglio. Fobia sociale? Mi rintano per deliberare. Alla fine mi capitombolo su una spiaggetta deserta. Respiro il mare, sento il sole sempre caldo di ottobre sulla pelle. Faccio parte di tutto questo. Non fa differenza se riccio o aquila. Sono un minuscolo granello di sabbia. O sono il mare. Poco importa. Lux

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La mia natura

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Lo so che possiedi un immenso talento,

eppure non ti invidio.

Non invidio i tuoi successi,

il tuo potere,

la tua energia creativa.

La mia indole è mite.

A uno schiaffo rispondo

con stupore.

Ma non soccombo sotto il peso

del tuo eccesso

nè desidero emularti.

So bene che sei pavone,

regina dell’universo.

E io una minuscola

ape laboriosa.

Eppure senza di me

non esisteresti.

*

I know you have a great talent

but I’m not jealous.

I’m not envious of your success,

your power,

your creative energy.

I’m good-natured,

To a slap

my answer will be astonishment.

But I won’t succumb

to your excess

nor I desire to emulate you.

I know you are a peacock,

the queen of the universe.

And I am only a hard-working

tiny bee.

But you don’t exist

without me.

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Sultan of the sea

 

20180624_1947511-e1537183918844.jpgIl rumore di quella sirena

all’alba,

al crepuscolo,

quando la nebbia impalpabile

sospendeva il ponte ai sogni,

in quei momenti sentiva la sua

mancanza come una fitta

che toglie il respiro.

La sua Instanbul,

la sua barca,

il suo blu,

la sua vita.

Tutto perduto.

Si confondeva tra la sua gente,

tra gli odori e i colori familiari

in un altro Paese.

Ma lei non c’era.

Era rimasta là

sul ponte

un’oscura figura tra i suoi sogni.

*

The sound of that siren,

at dawn,

at twilight,

while the impalpable haze

hung the bridge

to the dreams,

at that time he missed her

as a pang in the heart:

his town, Istanbul,

his boat,

his blue,

his life.

All is lost.

He blends among his people,

going through familiar sents and colours

in a different country.

But she isn’t there.

She’s a motionless

dark shape on the bridge,

in his dreams.

Sumahanhotelbosforoistanbul

 

 

 

I used to love

 

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You taught me

I was wrong

‘cause I loved just one man

at a time.

I didn’t accept compromises,

betrayals or tricks,

I wasn’t able to sell

my mother as well.

I thought it was

a big mistake,

a bad joke,

a twist of fate.

I only wanted to love

with all my heart,

I was about to give you

my body and soul.

Should I have given

myself to you,

item by item?

So, tell me now:

would you have my eyes?

They are too clean,

sharp as blades of truth.

Would you have my hands?

You are afraid of them,

they could touch ancient scars

under your skin.

Would you have my hair?

It’s too short and weak

to cover your pains.

Would you have my mouth?

It’s so shining,

it could enlighten

your dark side.

Would you have my breast?

It’s too small and pale

to turn you on.

So, what do you want from me?

I can’t believe it!

Do you really want it?

My mind’s so

brave and lunatic!

Are you sure?

My strange mind charmed you,

one day as a joke.

I know

it isn’t made

for bore you.

It’s so eccentric and wild,

you lost your way.

And the winter nights are longer for you.

Of solitaires and high tide.

night sea